I tratti distintivi della personalità di Pablo Picasso

Pablo Picasso appartiene a quella categoria di uomini che, anche se non li si fosse mai incontrati, si ha l’impressione di averli conosciuti per forza. Non perché fossero simpatici — raramente lo sono i geni — ma perché possedevano un modo di occupare lo spazio, fisico e mentale, che rendeva superflua qualunque presentazione. Picasso non entrava nelle stanze: le riempiva.

E questo molto prima che la fama facesse lo stesso con la sua vita.

Nacque a Málaga nel 1881, in quella Spagna che allora era un miscuglio di orgoglio e polvere, e che per lui fu soprattutto un odore: quello del mare e della pittura a olio, che suo padre insegnava e praticava con moderato entusiasmo e molto rigore.

Il piccolo Pablo non rispettava nessuno dei due. Il mare lo ignorava; la pittura, invece, la capiva talmente bene da renderne superflua qualsiasi scuola.

A nove anni disegnava come un professionista, a tredici come un maestro, a quindici come uno di quei vecchi accademici che trascorrono la vita a far finta di imparare. È comprensibile che il padre, a un certo punto, abbia deciso di posare i pennelli. Che lo abbia fatto davvero o sia un abbellimento postumo lo lasciamo agli archivisti.

Ma la sostanza non cambia: Picasso era un prodigio, e ne era perfettamente consapevole.

Pablo Picasso appartiene a quella categoria di uomini che, anche se non li si fosse mai incontrati, si ha l’impressione di averli conosciuti per forza. Non perché fossero simpatici — raramente lo sono i geni — ma perché possedevano un modo di occupare lo spazio, fisico e mentale, che rendeva superflua qualunque presentazione. Picasso non entrava nelle stanze: le riempiva. E questo molto prima che la fama facesse lo stesso con la sua vita. Nacque a Málaga nel 1881, in quella Spagna che allora era un miscuglio di orgoglio e polvere, e che per lui fu soprattutto un odore: quello del mare e della pittura a olio, che suo padre insegnava e praticava con moderato entusiasmo e molto rigore. Il piccolo Pablo non rispettava nessuno dei due. Il mare lo ignorava; la pittura, invece, la capiva talmente bene da renderne superflua qualsiasi scuola. A nove anni disegnava come un professionista, a tredici come un maestro, a quindici come uno di quei vecchi accademici che trascorrono la vita a far finta di imparare. È comprensibile che il padre, a un certo punto, abbia deciso di posare i pennelli. Che lo abbia fatto davvero o sia un abbellimento postumo lo lasciamo agli archivisti. Ma la sostanza non cambia: Picasso era un prodigio, e ne era perfettamente consapevole. Questo è il primo tratto della sua personalità: la sicurezza assoluta. Non la millanteria di chi si gonfia il petto; quella è roba da dilettanti. Parliamo invece della certezza tranquilla, quasi fisiologica, di chi sente che il mondo è un teatro e lui è l’unico attore a conoscere davvero il copione. Non aveva bisogno di essere incoraggiato. Gli bastava essere sé stesso, cosa che a lui veniva naturale quanto respirare. Il secondo tratto fu la spavalderia, che molti scambiarono per arroganza. Ma quella di Picasso era un’arroganza speciale: non di posizione, ma di sguardo. Guardava gli altri come un entomologo osserva gli insetti rari: con autentico interesse, ma da una distanza di sicurezza. Quando, poco più che ventenne, arrivò a Parigi — che a quel tempo era la capitale mondiale della creatività — non ebbe neppure l’accortezza di presentarsi in punta di piedi. Entrò come un conquistatore, senza trombe né tamburi, ma con l’aria di uno a cui tutto è dovuto. E in un certo senso era vero: gli sarebbe stato dovuto davvero, nel giro di pochi anni. Il terzo tratto della sua personalità fu l’irrequietezza, una fame insaziabile che non trovava pace né nella vita privata né nella pittura. Picasso cambiava stile come altri cambiano stagione. Prima il periodo blu, malinconico e povero; poi quello rosa, più leggero; poi il Cubismo, che fu una dichiarazione di guerra a ogni principio di rappresentazione tradizionale. Prendere un volto umano, scomporlo in piani geometrici e rimontarlo come un orologio smontato: nessuno aveva mai osato tanto. Non si trattava di moda o provocazione, ma di una necessità interiore. Picasso si annoiava dei traguardi raggiunti. Ogni volta che arrivava da qualche parte, ripartiva. Il successo non lo appagava: lo irritava. E qui entra in scena il quarto tratto: l’energia vorace. Picasso non viveva: divorava. Lavorava come un fabbro, con una produttività che farebbe vergognare qualsiasi artista bohémien. Dipingeva, scolpiva, disegnava, incideva, e nel frattempo amava — sempre troppo, spesso male — donne che gli facevano da musa e, più spesso, come vittime collaterali del suo temperamento. Chiedere a Picasso moderazione era come pretendere da un vulcano di fare meno rumore. Era fatto per eruttare. Non si può poi tralasciare il quinto tratto, quello più noto e discusso: la vanità. Picasso era vanitoso, sì. Ma non come lo sono i divi da rotocalco. La sua era una vanità strutturale, un pezzo del suo mestiere. Non gli serviva per sedurre il pubblico — cosa che riusciva benissimo anche senza provarci — ma per sedurre sé stesso. Picasso aveva bisogno di sentirsi geniale per esserlo. Il suo ego non era un lussuoso accessorio: era la cassetta degli attrezzi. Chi si scandalizza di ciò, probabilmente ignora che senza una buona dose di amor proprio molti dei grandi della storia non avrebbero superato l’ingresso. Il sesto tratto, il più affascinante, fu la libertà. Picasso era libero in tutto: nei gesti, nelle idee, nelle scelte, nei peccati. Non riconosceva padroni né movimenti artistici, e trattava la politica con la stessa leggerezza con cui si tratta una mosca fastidiosa. Quando aderì al Partito Comunista Francese, non cambiò nulla: continuò a vivere come un sovrano assoluto e a vendere quadri a prezzi che avrebbero fatto arrossire Marx. Ma era fatto così: contraddittorio, geniale, indomabile. Dipinse “Guernica” non per un’ideologia, ma per una ferita. E questo basta a spiegare quanto fosse profondamente, ostinatamente, irrimediabilmente libero. Infine, c’è un tratto che non si studia nei manuali, ma che spiega più di tutti: la sua capacità di reinventarsi. Nel corso della sua lunghissima vita, Picasso non smise mai di cercare versioni nuove di sé. Non si accontentò mai di ciò che gli altri consideravano un capolavoro. Ogni quadro era solo un ponte verso il prossimo. È questa inesauribile metamorfosi che lo ha reso non soltanto un grande artista, ma un personaggio storico: inclassificabile, ingombrante, luminoso e oscuro insieme. Ecco Picasso: una combinazione di sicurezza feroce, irrequietezza creativa, energia esagerata, vanità funzionale e libertà assoluta. Difetti compresi. Ma sono proprio quei difetti — esagerati, spigolosi, quasi intollerabili — che hanno reso possibile la sua grandezza. Picasso non si limitò a dipingere il mondo: lo smontò e lo ricostruì secondo la propria volontà. E da allora, piaccia o no, nessuno ha più avuto il coraggio di metterlo a posto.

Questo è il primo tratto della sua personalità: la sicurezza assoluta. Non la millanteria di chi si gonfia il petto; quella è roba da dilettanti. Parliamo invece della certezza tranquilla, quasi fisiologica, di chi sente che il mondo è un teatro e lui è l’unico attore a conoscere davvero il copione. Non aveva bisogno di essere incoraggiato. Gli bastava essere sé stesso, cosa che a lui veniva naturale quanto respirare.

Il secondo tratto fu la spavalderia, che molti scambiarono per arroganza. Ma quella di Picasso era un’arroganza speciale: non di posizione, ma di sguardo. Guardava gli altri come un entomologo osserva gli insetti rari: con autentico interesse, ma da una distanza di sicurezza. Quando, poco più che ventenne, arrivò a Parigi — che a quel tempo era la capitale mondiale della creatività — non ebbe neppure l’accortezza di presentarsi in punta di piedi. Entrò come un conquistatore, senza trombe né tamburi, ma con l’aria di uno a cui tutto è dovuto. E in un certo senso era vero: gli sarebbe stato dovuto davvero, nel giro di pochi anni.

Il terzo tratto della sua personalità fu l’irrequietezza, una fame insaziabile che non trovava pace né nella vita privata né nella pittura. Picasso cambiava stile come altri cambiano stagione. Prima il periodo blu, malinconico e povero; poi quello rosa, più leggero; poi il Cubismo, che fu una dichiarazione di guerra a ogni principio di rappresentazione tradizionale. Prendere un volto umano, scomporlo in piani geometrici e rimontarlo come un orologio smontato: nessuno aveva mai osato tanto. Non si trattava di moda o provocazione, ma di una necessità interiore. Picasso si annoiava dei traguardi raggiunti. Ogni volta che arrivava da qualche parte, ripartiva. Il successo non lo appagava: lo irritava.

E qui entra in scena il quarto tratto: l’energia vorace. Picasso non viveva: divorava. Lavorava come un fabbro, con una produttività che farebbe vergognare qualsiasi artista bohémien.

Dipingeva, scolpiva, disegnava, incideva, e nel frattempo amava — sempre troppo, spesso male — donne che gli facevano da musa e, più spesso, come vittime collaterali del suo temperamento. Chiedere a Picasso moderazione era come pretendere da un vulcano di fare meno rumore. Era fatto per eruttare.

pablo picasso

Non si può poi tralasciare il quinto tratto, quello più noto e discusso: la vanità. Picasso era vanitoso, sì. Ma non come lo sono i divi da rotocalco. La sua era una vanità strutturale, un pezzo del suo mestiere. Non gli serviva per sedurre il pubblico — cosa che riusciva benissimo anche senza provarci — ma per sedurre sé stesso.

Picasso aveva bisogno di sentirsi geniale per esserlo. Il suo ego non era un lussuoso accessorio: era la cassetta degli attrezzi. Chi si scandalizza di ciò, probabilmente ignora che senza una buona dose di amor proprio molti dei grandi della storia non avrebbero superato l’ingresso.

Il sesto tratto, il più affascinante, fu la libertà. Picasso era libero in tutto: nei gesti, nelle idee, nelle scelte, nei peccati. Non riconosceva padroni né movimenti artistici, e trattava la politica con la stessa leggerezza con cui si tratta una mosca fastidiosa. Quando aderì al Partito Comunista Francese, non cambiò nulla: continuò a vivere come un sovrano assoluto e a vendere quadri a prezzi che avrebbero fatto arrossire Marx. Ma era fatto così: contraddittorio, geniale, indomabile.

Dipinse “Guernica” non per un’ideologia, ma per una ferita. E questo basta a spiegare quanto fosse profondamente, ostinatamente, irrimediabilmente libero.

Infine, c’è un tratto che non si studia nei manuali, ma che spiega più di tutti: la sua capacità di reinventarsi. Nel corso della sua lunghissima vita, Picasso non smise mai di cercare versioni nuove di sé. Non si accontentò mai di ciò che gli altri consideravano un capolavoro. Ogni quadro era solo un ponte verso il prossimo.

È questa inesauribile metamorfosi che lo ha reso non soltanto un grande artista, ma un personaggio storico: inclassificabile, ingombrante, luminoso e oscuro insieme.

Ecco Picasso: una combinazione di sicurezza feroce, irrequietezza creativa, energia esagerata, vanità funzionale e libertà assoluta. Difetti compresi. Ma sono proprio quei difetti — esagerati, spigolosi, quasi intollerabili — che hanno reso possibile la sua grandezza. Picasso non si limitò a dipingere il mondo: lo smontò e lo ricostruì secondo la propria volontà. E da allora, piaccia o no, nessuno ha più avuto il coraggio di metterlo a posto.

Qualche aneddoto curioso sulla vita di Picasso

Picasso, oltre a essere un genio, aveva il talento particolare di trasformare in aneddoto qualunque cosa toccasse.

A cominciare da una sua abitudine che fece disperare amici, amanti e qualche ristoratore: non pagava quasi mai. Non perché fosse tirchio — tutt’altro — ma perché considerava il denaro una seccatura da burocrati.

Per lui valevano i suoi disegni. Accadeva spesso che, terminato il pasto, lasciasse un piccolo schizzo sul retro del conto. Il ristoratore, lusingato, ringraziava. Finché qualcuno, più pratico degli altri, gli chiese: “Maestro, potrebbe firmarlo?”. E lui, imperturbabile: “No, caro. Voglio pagare il pranzo, non comprare il ristorante.”

Un’altra scena, da teatro dell’assurdo, riguarda il suo studio. Chiunque sia entrato lì dentro ne usciva con due convinzioni: Picasso era un genio; e probabilmente era anche pazzo. I suoi gatti — ne aveva spesso più di uno — si divertivano a camminare sulle tele fresche, lasciando impronte ovunque.

Qualunque altro artista avrebbe lanciato gli animali dalla finestra. Lui, invece, si limitava a guardare e dire: “Interessante. Ma non ditelo ai critici, o finiranno per chiamarlo stile analitico felino”.

Ne esiste poi uno, che pare inventato ma è vero, sull’ossessione dell’artista per conservare tutto, persino gli stracci sporchi di colore. Un amico gli chiese: “Perché li tieni?”. E Picasso, con serietà quasi monacale, rispose: “Non si butta via nulla. Non sai mai cosa i musei vorranno dopo la tua morte”. Aveva torto? Guardando certi cataloghi recenti, si direbbe proprio di no.

Infine c’è l’episodio del ladro del Louvre, che nel 1911 — quando scomparve la Gioconda — coinvolse Picasso e il poeta Apollinaire in un pasticcio grottesco. Entrambi furono interrogati: non perché sospettati seriamente, ma perché frequentavano un tipo un po’ troppo intraprendente che aveva rubato alcune statuette iberiche.

Picasso, durante l’interrogatorio, tremava come un ragioniere alla prima dichiarazione dei redditi. Alla fine uscì pulito, ma raccontò sempre che fu “il momento meno artistico della mia vita”.

E così era Picasso: geniale, esagerato, teatrale anche senza volerlo. Un uomo che, se avesse deciso di andare a comprare il pane, sarebbe riuscito a trasformare anche quello in un episodio degno di biografia.